Tra i vecchi mestieri praticati nella Valle del Ticino
vengono qui presentati quelli più legati all'acqua del fiume:
l'attività delle filande, la raccolta
dell'oro e la pesca.
ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE LUNGO
LA ROGGIA MOLINARA
Cumuli
di ciottoli bianchi
Filatrici
della Ditta Gagliardi di Oleggio
Oggi ridotta a pura e semplice funzione irrigua,
la Roggia Molinara costituì in passato una preziosa forza
motrice che non azionava solo le ruote idrauliche dei mulini,
ma di diversi impianti per attività artigianali o anche
di precoce carattere industriale. Ovviamente si trattava sempre
di attività connesse allo sfruttamento di risorse del
territorio vallivo, come il legname (attività di segheria)
oppure i sassi di quarzo (frantoi per la produzione di pietrisco
o polvere di quarzo). Questo genere di macchine, già conosciute
in teoria fin dall'antichità, incominciarono a diffondersi
su larga scala solo alla fine del Medioevo.
Fu necessario attendere il 18°secolo, con gli albori dello
sviluppo industriale, per veder sorgere in territorio oleggese
impianti produttivi più sofisticati. Motore di questo
sviluppo fu, come altrove, l'industria tessile, in questo caso
serica. L'allevamento dei "bigatti", cioè la
bachicoltura, affiancandosi su larga scala alle attività agricole,
favorì l'impianto di filatoi. Un complesso impianto di
produzione di energia meccanica, la turbina Myglius, trasse dal
corso della Molinara la forza motrice destinata al sovrastante
filatoio. Il sistema di trasmissione era costituito da corde
di canapa lunghe 600 metri, che scorrevano su ruote in legno
del diametro di quattro metri sorrette da piloni in muratura.
Scavalcando la costa valliva, esse collegavano le ruote idrauliche
della turbina con l'albero principale del filatoio.
Simili complicate installazioni vennero superate in poco più di
un secolo dal nascere dei primi impianti per la produzione di
energia idroelettrica. In territorio italiano, la prima centrale
idroelettrica fu quella di Tivoli, che entrò in funzione
nel 1865; ma fino alla fine dell'Ottocento, quando iniziarono
a diffondersi le linee elettriche a corrente alternata trifase,
il trasporto dell'energia restò un problema, ed essa doveva
essere consumata nelle immediate vicinanze dell'impianto che
la produceva. E' del 1897 la domanda della ditta Gagliardi al
Comune di Oleggio per l'affitto del Mulino di Marano e sua trasformazione
in centralina idroelettrica, con impianto di una turbina ad asse
verticale con alternatore Riva-Monneret: l'energia così prodotta
era destinata al locale stabilimento.
Pochi decenni dopo, nel 1934, i veloci progressi della tecnica
portavano già ad un impianto sofisticato come quello della
Centrale Idrovoro-Elettrica Bronzini, un piccolo gioiello di
ingegneria idroelettrica, tuttora perfettamente funzionante.
Il salto d'acqua di 10 metri, creato mediante la costruzione
di un canale di adduzione dalla Roggia Molinara, alimenta una
turbina idraulica ad asse orizzontale. L'energia elettrica così ricavata
mette in funzione due pompe di aspirazione, della capacità rispettivamente
di 600 e 500 litri al secondo, che convogliano l'acqua in due
coppie di tubazioni per alimentare la rete irrigua dei terrazzamenti
a quota 200 e 215 metri. Da ottobre a maggio, quando non si pratica
l'irrigazione, una macchina sincrona accoppiata alla turbina
produce energia elettrica che viene immessa nella rete ENEL.
CERCATORI
D'ORO
I
greti del Ticino presso la frazione di Loreto erano fino a
pochi decenni fa territorio di caccia dei cercatori oleggesi:
i "Bulchét" (Bonini), "Mapézi" (Bolamperti), "Cucui" (Colombo), "Mainìt" (Mainini), "Sicurìt" (Zuccherini)
e tutti gli altri, identificabili per mezzo del soprannome
nel groviglio delle omonimie di discendenze familiari. Oggi
la tradizione s'è persa. Solo pochi nostalgici continuano
a percorrere i greti con la "trula", l'asse e gli
altri attrezzi della cerca dell'oro.
Lo sfruttamento
delle sabbie aurifere nei fiumi della Valle Padana, documentata
dalle testimonianze di Plinio e di Strabone, risale certamente
ad epoche precedenti la conquista romana. Per quanto riguarda
il Ticino bisogna arrivare fino al 1184 per trovare documentazione
scritta, ossia un editto imperiale di Federico Barbarossa che
concede ai fratelli De'Biffignardi il diritto di cavare oro
dai greti del fiume in territorio di Vigevano e di Abbiategrasso.
Le concessioni
per la cerca passano di mano in mano tra feudatari ed ecclesiastici
fino al secolo scorso, quando i greti di tutti i fiumi italiani
diventano proprietà del Demanio. Da quel momento in
poi è il Genio Civile ad assegnare la licenza di "pesca
dell'oro" ai richiedenti, su pagamento di una piccola
somma annuale.
La consistenza
delle risorse aurifere del Ticino è tale da incoraggiare
pure tentativi di sfruttamento su vasta scala. Verso il 1890,
la compagnia francese "Société des Placers
Aurifères et Travaux Publics de la Haute Italie" avvia
un'impresa di estrazione estensiva per mezzo di draghe a vapore,
che però si risolve in un fallimento. Il segreto della
cerca dell'oro è la capacità, tramandata da generazioni
di cercatori, di individuare i punti dei greti in cui durante
le piene ha avuto luogo la deposizione di sabbie aurifere.
Nessun sistema industriale sarà capace di emularla.
L'oro del
Ticino giace sedimentato in depositi alluvionali, profondamente
terrazzati, che affiorano lungo le sue rive una decina di chilometri
a valle della sua origine dal Lago Maggiore. Esso venne depositato
qui durante la lenta retrazione dei ghiacciai dell'era quaternaria,
che modellò le cerchie moreniche dei laghi prealpini.
Aprendosi un varco in questi depositi, il fiume li erode e
li trascina a valle dove essi sedimentano durante le piene.
Tale deposizione avviene preferenzialmente in certi punti dei
greti, le cosiddette "penisole di magra", dove la
corrente perde velocità per l'attrito sui bassi fondali.
Passata la piena il greto emerge e su di esso un occhio esperto
può distinguere depositi di "sabbie scure",
ricche di metalli (non solo oro), di superficie allungata nel
verso della corrente e larga in genere da due a quattro metri.
Trovato
il punto, i cercatori estraggono la sabbia setacciandola per
separarla dalla ghiaia e la trasportano sul bordo dell'acqua,
dove si costruisce una presa di corrente con due file di ciottoli
disposte ad imbuto. Sotto di questa si posa l'asse, facendoci
scorrere un flusso d'acqua continuo e privo di turbolenze dello
spessore di qualche centimetro. Gettando sull'asse palate di
sabbia, le pagliuzze metalliche si depositano nelle scanalature
della sua superficie, ortogonali rispetto alla corrente che
trascina via gli elementi leggeri.
Al termine
della giornata il materiale raccoltosi nelle scanalature viene
versato nella "trula", attrezzo tipico dei cercatori
oleggesi che ha la forma di un badile quadrato con sponde.
Per mezzo di ripetuti movimenti di rotazione si ottiene la
separazione delle pagliuzze d'oro da quelle di metalli di densità differente.
L'ultima delicata fase di ripulitura viene eseguita dal cercatore
più' anziano ed esperto, versando sul materiale un getto
d'acqua da un beccuccio ed imprimendo alla trula le ultime
delicate rotazioni. Infine, a materiale asciutto, una calamita
serve ad eliminare le ultime impurità ferrose. Il metodo
tradizionale ottiene oro di straordinaria purezza, assai ricercato
dagli orefici.
"Fino
all'ultima guerra, da Varallo Pombia a Galliate c'erano 600
cercatori, anche di più. Allora sì che conveniva!
Una giornata di lavoro era dalle 4 di mattina alle 9 di sera,
ma se era una giornata buona se ne trovava 10 o 15 grammi a
testa. Ce n'era molto di più di oro, perché le
piene erano più forti di adesso...era dieci volte la
paga di un operaio. Mio padre era uno dei più grandi
cercatori di Oleggio, aveva due dipendenti." (Testimonianza
raccolta dalla voce di Umberto Caletti, Loreto di Oleggio,
1983).
PESCHIERE E PESCA SUL TICINO
Antica
peschiera c/o diga della Miorina
La corrente limpida e veloce del Ticino con il
suo alveo ghiaioso, e le acque più calme ma non meno limpide
dei fontanili e delle lanche, furono sempre ricche di pesce pregiato.
Per la gente della valle andare a pesca non era un passatempo
ma un mestiere, una risorsa sfruttata in misura oggi difficilmente
immaginabile. A Castelletto Ticino nel 18°secolo c'erano
undici ghiacciaie, per conservare nel periodo estivo il pesce
da portare al mercato di Milano. Uno storico dell'epoca, l'Arista,
elenca nel suo fiorito eloquio settecentesco le specie ittiche
più ricercate. A parte i leggendari Temoli, "le Trutte
avide dell'oro" (era presa sul serio la leggenda che si
cibassero delle sabbie aurifere del fiume) sono pesci comuni
ancora oggi: "Ceppioli", ossia Cavedani, Anguille,
e Varoni. Questi pesciolini della famiglia dei Ciprinidi, oggi
apprezzati soprattutto come esca, erano (e certamente sono ancora)
una prelibatezza. Negli Statuti di Castelletto Ticino dell'anno
1340 un articolo intero è dedicato alle trappole per catturarli:
i "Crovarii" (dialettale "cuvrèi").
Due muretti in sassi venivano costruiti in punti d'acqua bassa,
divergenti contro la corrente, e coperti da tavole di legno.
Un sasso mobile che chiudeva a valle la trappola era rimosso
la mattina per farvi entrare un legno e disturbare il pesce,
raccoltosi lì durante la notte, che così finiva
in una piccola rete disposta sull'imboccatura.
I "Crovarii" appartenevano alla gente di Castelletto
e gli Statuti del Comune comminavano sanzioni severissime agli
stranieri che osassero avvicinarglisi: specialmente a quelli
di Cerano, famosi pescatori di frodo. Norme più complesse
regolavano l'uso delle peschiere, come quella ancora visibile
sotto lo sbarramento della Miorina. Un documento del 1015 ne
cita tre denominate Piana, Sambrasca e Novelliola. Le ultime
due di esse sono ancora vive nella memoria della gente di Castelletto:
si trovavano nel tratto di fiume a monte del Castello fino all'inizio
del secolo. A valle del Castello se ne ricordano tre, disposte
parallelamente all'esistente, che vennero distrutte tra il 1938
ed il '43 per costruire la Miorina. Altre ce n'erano più in
basso, fino alle acque di Varallo Pombia: l'ultima, costruita
dai "Cimilìn" nel dopoguerra, rimase attiva
fino al 1954 quando entrò in funzione la diga di Porto
della Torre. In tutto una ventina. Una simile profusione di peschiere
doveva essere di non poco intralcio alla navigazione fluviale,
ma le ordinanze di distruzione ripetute nei secoli restarono
sempre lettera morta. Gli intraprendenti castellettesi non si
sarebbero mai privati di strutture così redditizie ed
il cui frutto, alla fine, restava in mano loro: da Enrico II
al vescovo di Novara, lo "ius pischeriarum" fu poi
donato da Lodovico il Bavaro ai Visconti insieme al feudo di
Castelletto, ma le "peschiere viscontee" erano gestite,
di fatto, da fittavoli del paese.
A parte peschiere e "cuvrèi", i residenti godevano
del diritto di pesca su tutte le acque del territorio castellettese.
Gli Statuti vietano l'uso delle reti a strascico ("Stragatii"),
ma a parte questo, l'abilità o l'astuzia dei pescatori
di mestiere si valeva di una varietà di attrezzi: piccole
reti a sacco o quadrate, tirlindana (lenza con esca, manovrata
a scatto stando su una barca) e le lignole, lenze da fondo con
ami innestati, che si posavano la sera e ritiravano all'alba.
Queste servivano più che altro a prendere le anguille,
comuni nelle acque del Ticino quando le loro migrazioni non erano
impedite dall'esistenza delle dighe. Le anguille del giorno d'oggi
sono frutto di ripopolamenti annuali, come purtroppo molte altre
specie della fauna ittica del fiume.
La pesca sportiva con la canna oggi si pratica sul Ticino ed
acque ad esso collegate secondo un'intricata geografia di spartizioni
tra società di pesca e privati eredi dello "ius piscandi",
il diritto di pesca, anticamente concesso da re ed imperatori
a feudatari ed ecclesiastici e in molti casi passato ai Comuni.
Anche se alterazioni dell'ambiente acquatico hanno fatto sparire
le specie più pregiate come Storione e Temolo, il Ticino è ancora
un fiume pescoso, capace di offrire grandi emozioni agli appassionati.
Le norme di fruizione del Parco vietano la pesca nelle zone di
protezione e riproduzione della fauna ittica, indicate da apposita
segnaletica.